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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Dove nascono le parole

L'intervista alla scrittore e docente milanese classe 1978.


Ogni parola ha una storia da raccontare. È solo che spesso non abbiamo gli strumenti per saperla ascoltare. Lo ha spiegato bene Marco Balzano nel suo bellissimo saggio "Le parole sono importanti" (Super Et Opera Viva- Einaudi 2019). Non li abbiamo perché "a scuola ci insegnano a scrivere ma non ci dicono che le parole hanno corpo e si possono maneggiare". L' etimologia è una materia sconosciuta ai più, e questo implica un uso non sempre appropriato delle parole che si pronunciano, tutte con un peso, una potenza e un valore spesso sottovalutati. "Sono abituato a guardare il mondo dalle parole e a ragionare partendo dal linguaggio" ha detto Balzano, che nel suo apprezzatissimo viaggio etimologico intorno alla parola felicità dal titolo "Cosa c'entra la felicità" (Feltrinelli 2022), per esempio, ha definito questa parola "di cristallo" e infatti l'ha pronunciata con attenzione, avendo cura di salvarla dal coacervo delle cose che si dicono a caso, dando vita a un racconto emozionante e avvincente. Lo scrittore e docente milanese che collabora con le pagine culturali del Corriere della Sera ha vinto il Premio Campiello nel 2015 ("L'ultimo arrivato") e si è classificato secondo al Premio Strega nel 2018 ("Resto qui"). I suoi libri sono tradotti in venti lingue. Questo mese è uscito il suo ultimo romanzo, "Café Royal" edito da Einaudi. Un imperdibile viaggio narrativo che attraversa i legami tra le persone.



Marco, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Voltaire e Jonh Steinbeck.



Il libro più bello che ha letto.

Furore di Jonh Steinbeck, per l’appunto.



Ma che cos'è la bellezza in un libro?

Essenzialmente tre cose: la misura in cui mi mette in discussione e mi costringe a rivedere le mie idee e i miei pregiudizi. Lo stile con cui è scritto. L’eco che rimane di quella storia: come quel racconto continua a muoversi, a vivere e a sollecitare pensieri e emozioni dopo aver chiuso il libro.


Tre hashtag per raccontarsi.


La parola alla quale è più legato.

Direi partecipazione: indica ciò che noi prendiamo dagli altri e il nostro dovere di condividere ciò che siamo con gli altri, al fine di migliorare la comunità che abitiamo. Vedo molto il rischio di vivere dentro gabbie virtuali, di essere perennemente connessi ma tutto sommato soli. I rischi politici e sociali di non prendere parte al mondo in cui viviamo sono gravi e concreti, bisognerebbe parlarne di più.


Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha iniziato a esercitarlo?

Non ho mai voluto fare altro. Fin da piccolo scrivevo pensieri e racconti sulle vecchie rubriche telefoniche che con l’anno nuovo i miei genitori volevano buttare via. Ho sempre tenuto e tengo tuttora diari, vivo prendendo appunti. Quando ho scritto il mio primo romanzo – proprio su una vecchia agenda – alcuni scrittori e critici mi hanno invitato a pubblicarlo e così è accaduto. Senza il confronto non avrei mai conosciuto il mio talento, ne avrei sempre dubitato, come del resto capita ancora adesso. Da quel primo romanzo, Il figlio del figlio, ora ristampato da Einaudi, non mi sono più fermato e scrivere è senz’altro un esercizio del talento, ma anche il mio modo di stare al mondo.


I suoi maestri nella vita e nella professione.

Primo fra tutti il mio maestro di scuola elementare, il maestro Vincenzo: il gusto della parola e la passione per lo studio e la scrittura me li ha insegnati lui. La mia gratitudine verso di lui è eterna. Sono stato incoraggiato a pubblicare il primo libro da Raffaele La Capria e Luisa Adorno, due scrittori grandissimi, scomparsi da poco. Ho avuto la possibilità di scrivere e ricevere lunghe lettere a Javier Marias, lo scrittore contemporaneo che stimo di più. Ma anche mio nonno, che era analfabeta ma era una miniera di storie, e il professore con cui mi sono laureato. Anche loro sono stati maestri. Credo che bisogna volerli incontrare, i maestri. E che il loro più grande merito sia tenerci in una condizione di alunni, persone che devono ancora imparare molto.



A noi tutti restano nel cuore certi libri, e certi libri soltanto. Cosa c'è secondo lei di cosi profondamente "'nostro" in quelle pagine?

Un sentimento di identificazione o l’apertura di una finestra che affaccia su luoghi incantevoli e mai esplorati, che magari avevamo dietro casa. A me succede quando individuo un mondo narrativo che mi appartiene o che vorrei raccontare.


L'ispirazione. Per lei, cos'è?

Non sono molto interessato a capire da dove arriva l’ispirazione e cosa sia il talento. Credo che con l’età adulta e l’intensificarsi dell’uso della ragione, per dirla con Leopardi, bisogna tenersi care le zone d’ombra e di mistero. Di certo la curiosità e l’esercizio sono fondamentali. Senza questi anche il talento resta un’occasione sprecata.


Nel suo saggio "Cosa c'entra la felicità?" lei parla della necessità di prendersi cura delle parole e di conoscerle profondamente, a partire dalla loro etimologia. Ma cosa significa prendersi cura delle parole?

Significa proteggerle da modificazioni genetiche e da appropriazioni indebite, come quelle che troppo spesso compie la propaganda, la pubblicità, il web e persino la politica. Bisognerebbe conoscere bene il significato e la storia di una parola prima di pronunciarla o scriverla, solo così la possiamo salvaguardare e proiettare nel futuro con la consapevolezza necessaria.



Ci sono parole che necessitano di particolari cure?

Non le conosco tutte e credo che ognuno debba individuare le proprie e prendersene cura. A me vengono in mente identità, confine, memoria, partecipazione ma anche, appunto, felicità.


Cos'ha scoperto sulla felicità?

Che più parole si conoscono, più si conoscono storie. E più si conoscono storie più si ha la possibilità di ampliare il proprio sguardo e di non pensare che la sola felicità che ci può soddisfare sia quella che conosciamo o quella che ci propone il main stream.



Café Royal è il titolo del suo ultimo libro. Di cosa parla?

Café Royal è una commedia umana, nel senso balzachiano del termine. Sfilano davanti al lettore diciotto protagonisti che danno il titolo a ogni racconto. Sono donne e uomini, ragazzi e anziani, laici e preti, tossici e musicisti, che cercano di ridisegnare il loro spazio di azione in un mondo appena uscito dal covid. Ciascuno di loro è sulla soglia di una crisi o di una svolta: sentimentale, familiare, lavorativa, esistenziale... e ciascuno di loro, abitando nella stessa via, incontra qualcun altro dei personaggi, che ruotano tutti attorno al Cafe Royal, un bar che è un punto di ascolto e di osservazione della realtà. Questo mi ha permesso di mettere in luce i vari punti di vista, quello di un marito e di una moglie, di una madre e una figlia, che sono inevitabilmente diversi. Gli altri, anche quelli che amiamo, restano per tanti aspetti un mistero.

Ho scritto questo libro perché volevo occuparmi di legami e rapporti e parlare del nostro presente: restituire il nostro tempo e noi che lo viviamo con le nostre fragilità. Sono stato molto attento a non giudicare i personaggi, che in fondo parlano per una richiesta di comprensione, a volte persino d'amore.


L'intelligenza artificiale avanza provando a occupare sempre più spazio oggi anche nel mondo delle professioni intellettuali. Potrà mai in futuro sostituire l'umano- scrittore?


Le profezie non sono il mio forte. Ma credo che scrivere una storia sia l’atto più umano che esista, un territorio ancora al sicuro dall’algoritmo. Se un giorno lo sapranno fare anche le intelligenze artificiali allora anche queste intelligenze saranno umane. E questo mi fa meno paura.


Grazie.





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