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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Ellissi delle mie brame

Intervista alla scrittrice francese Cécile Roumiguière



Cécile Roumiguière, scrittrice di Rodez (Francia) classe 1961, vive a Parigi e ha pubblicato più di venti albi e libri per ragazzi. Nel 2022 ha firmato il suggestivo volume da collezione "Le streghe" -a metà strada tra gotico e fiabesco- edito da Ippocampo e arricchito dalle evocative illustrazioni di Benjamin Lacombe, autore celebre per le sue rappresentazioni oniriche, surreali e impalpabili.


Attualmente è al lavoro sul racconto di una Pippi Calzelunghe 2.0 che strizza l'occhio alla giovane attivista svedese Greta Thunberg, nota per le sue battaglie a favore dell'ambiente.


Cécile, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Senza dubbio Astrid Lindgren, per chiederle come riuscisse a rintracciare quella libertà e quell'umorismo così essenziale. Nelle notti di dubbio, chiamerei Daphne du Maurier per parlare a mezza voce del lato oscuro e dell'intensità dei nostri sentimenti, anche delle nostre angosce. E ancora telefonerei a Guy de Maupassant che mi ha insegnato a scrivere, o a Victor Hugo, per passare delle serate a evocare la sua fiamma sociale e a rifare il mondo. E poi Rimbaud! E anche George Sand, Virginia Despentes e... ho un grande repertorio! 

Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha cominciato a esercitarlo?

L'ho scoperto durante l'infanzia, senza dubbio, nel corso delle vacanze estive al villaggio dei miei nonni. Si inventava «uno spettacolo» nel cortile di una scuola abbandonata, un gioco come un altro tra cugini, cugine. Ricordo di aver percepito che immaginare una storia era molto più importante per me, qualcosa che mi abitava nel profondo.

Non so se questo desiderio, questo ardore, sia propriamente «il talento», ma so di certo che senza questo la scrittura non «pulsa».

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Una parola chiave che la rappresenta?

Ellissi. In queste mancanze, questi vuoti, questi spazi bui, questi battiti di cuore sospesi tra due momenti, sono sepolti sia i meandri dei personaggi che la libertà del lettore di interpretarli.


Per la collana "L'enciclopedia del Meraviglioso" lei ha firmato lo scorso anno il suggestivo volume "Le Streghe", pubblicato da Ippocampo e magistralmente illustrato da Benjamin Lacombe. Come è nato questo progetto editoriale?

Le streghe mi appassionano da molto tempo. Da bambina non le ho mai immaginate come donne cattive, ma al contrario come delle protettrici, esperte delle cose della natura e dell'umano. Da adolescente, ho imparato che erano state inseguite, torturate, assassinate.

 

Benjamin Lacombe aveva già illustrato un album sulle streghe scritto da Sébastien Pérez. Sapeva quanto l'argomento mi toccasse. Così, quando si è parlato di aprire la sua collezione dell'Enciclopedia del Meraviglioso con «Le streghe» e «Le Fate», ha pensato a me per scrivere «Le streghe» mentre Sébastien si è occupato della narrazione sulle fate. Abbiamo scelto insieme le otto streghe dei ritratti e ho iniziato la ricerca, con un focus necessariamente femminista.


Quanto è stata importante la combinazione di testo e immagini per la creazione del volume?

L'intero libro è stato pensato a due, con Benjamin. Si sapeva che si rivolgeva a lettori e lettrici a partire dai nove anni, doveva essere allo stesso tempo accessibile e aperto.

Se il testo è denso di pathos, le immagini sono vibranti di seduzione e di significato.

Non c'è ridondanza tra parole e immagini ma al contrario una tessitura che ha profondamente senso. Questo modo di lavorare in coppia è raro, una vera felicità per una scrittrice.


Una caratteristica che le parole non hanno e che le illustrazioni, invece, possiedono.

L'immagine è una finestra aperta su ciò che viene detto, o sta per essere detto, dal momento che si vede l'immagine prima di leggere il testo. Poi si può andare più vicino e discernere le zone d'ombra, i sensi nascosti dell'immagine. Ma il suo primo vantaggio rispetto al testo è senza dubbio l'immediatezza. 



Una caratteristica, al contrario, che le illustrazioni non hanno ma le parole sì.

Difficile da dire... Suono? Ma le immagini hanno colori e ritmo dove le parole hanno il loro respiro e il loro canto.


Qual è la parte migliore della sua professione? 

Non mi sono mai detta “questo libro avrei voluto scriverlo io”, ma non per presunzione o falsa modestia. Ritengo che ogni storia rappresenti chi l’ha scritta perciò anche quando leggo qualcosa che mi piace molto non potrei mai pensare o desiderare di averlo scritto. Piuttosto cerco di capire cosa posso imparare dalla lettura di quel libro, che corde emotive è riuscito a far vibrare o perché mi è piaciuto tanto.


E l'aspetto più complesso?

Forse troppe ellissi. Troppi meandri. A voler lasciare la massima libertà possibile ai lettori e alle lettrici, a volte dimentico di tenere loro la mano.


Quali sentimenti vorrebbe lasciare in regalo ai lettori attraverso i suoi libri?

Per la forza dei personaggi, l'impressione di aver incrociato degli amici.

I miei personaggi possono toccare, sedurre o dispiacere, ma spero che vivano nella testa dei lettori e delle lettrici.


A cosa sta lavorando adesso?

Sempre per la collezione "L'enciclopedia del Meraviglioso a cura di Benjamin Lacombe ho scritto «I draghi», uscito lo scorso autunno e illustrato da Yvan Duque, e sto finendo «Orchi e orchesse» che sarà illustrato nel 2024 da Étienne Friess.


Ho anche un progetto di racconto rivisitato, ancora segreto.


Inoltre sto lavorando con Annelore Parot a una serie incentrata su un'eroina di dieci anni, una specie di Pippi Calzelunghe mischiata a Greta Thunberg. Il mio desiderio resta comunque quello di tornare alla scrittura di un romanzo... è il tempo che manca, sempre. 



Grazie.






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