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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Il mistero diventa leggenda

Intervista alla storica "penna" di Topolino.





Silvano Mezzavilla si racconta. In punta di penna (e di voce) sfogliando alcune delle pagine più significative della sua vita. Sceneggiatore, giornalista e critico di fumetti classe 1944, dall'età di quattro anni vive felicemente a Treviso anche se originario di Gradisca di Sedegliano, piccolo paese della provincia di Udine che conta settecento abitanti. E' firma prestigiosa del Mattino di Padova. Ha prestato il suo talento alla scrittura, al cinema e al teatro lasciando in particolare una impronta indelebile nella storia di Topolino. È il gennaio del 1991 quando l'inimitabile settimanale targato Disney pubblica in due puntate un giallo a fumetti da lui ideato e sceneggiato, destinato a diventare un vero e proprio "cult" da conservare e tramandare di generazione in generazione. Il titolo, iconico, è "Topolino e il mistero della voce spezzata", la trama è incredibilmente avvincente e se non bastasse è arricchita dalle illustrazioni del maestro Giorgio Cavazzano. Il racconto viene riproposto nuovamente su Topolino nel 1999, all'interno di un numero speciale che celebra i cinquant'anni del settimanale e in quella occasione viene indicato come il migliore progetto editoriale a fumetti degli anni Novanta. È stato tradotto in varie lingue e pubblicato in molti paesi.


Mezzavilla, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Forse il sedicenne Holden Caulfield sarebbe riuscito a realizzare il suo desiderio. Alla mia età, invece, diventa impossibile isolare, della lunga lista di romanzi, racconti, sceneggiature e saggi serviti a formare il mio immaginario, gli autori verso i quali sono debitore di emozioni, di stupori, di divertimento e, soprattutto, di imprescindibili insegnamenti. Tutti gli scrittori dei libri che nel corso degli anni ho scelto per comporre la mia libreria, hanno contribuito ad alimentare la mia passione per il racconto fornendomi ispirazioni, suggerimenti, suggestioni, lezioni di stile e di ritmo. Ognuno di loro meriterebbe il mio grazie, ma farlo telefonicamente mi costerebbe una fortuna, specialmente se fosse attiva una connessione col paradiso degli scrittori.


Un pensiero felice.

Al mare con Elena Sofia e Stella, le mie nipotine.



Tre hashtag per raccontare di lei.

# Jacques le fataliste et son maître

# Bebopalula

# 8 e ½.


Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha iniziato a esercitarlo?

Più che il talento per la scrittura ho scoperto molto presto la passione per il racconto. Sono cresciuto ascoltando davanti al camino le antiche favole venete recitate da mia nonna e mi sono a lungo nutrito di romanzi d'avventura e di fumetti umoristici. Cominciai presto a inventare delle storie. Piccole trame che annotavo in un quaderno e che mi piaceva raccontare agli amici per poterli stupire. Poi il cinema entrò nella mia vita con le sue immagini, i suoi intrecci, i suoi personaggi, le sue suggestioni. Scrissi alcuni soggetti e realizzai un cortometraggio a 8 mm. Alla fine degli anni sessanta mi trasferii a Roma dove,

affiancando gli sceneggiatori Romano Migliorini, Giambattista Mussetto e Roberto Natale, imparai i segreti del racconto per immagini. In tutto questo percorso, l'interesse per il fumetto mi aveva sempre accompagnato. Pochi anni dopo iniziai a dedicarmi alla nona arte e vi trasferii la lezione appresa nel corso della mia avventura romana. La prima sceneggiatura fu per il quindicinale “Uomini e Guerra”. Si intitolava “Si sta come d'autunno” e parlava di soldati nelle trincee del primo conflitto mondiale.


In che modo questo talento è diventato una professione?

La mia attività nell'ambito del fumetto non si è svolta solo nella stesura di sceneggiature. Per oltre vent'anni ho collaborato a varie testate come critico di fumetti e di fantascienza. Inoltre ho creato e diretto Treviso Comics, rassegna internazionale del fumetto svoltasi dal 1976 al 2002 e curato mostre in Italia e all'estero. Ho scritto novelle per un settimanale femminile e racconti per bambini. Giusto un anno fa è stato pubblicato il mio ultimo lavoro: si tratta di un graphic novel di cui ho scritto la sceneggiatura e che Luca Salvagno ha disegnato. Si intitola “Quelli che a Livorno” (ed. Kellermann), si avvale della prefazione di Michele Serra ed è la cronaca vignettata del XVII congresso del PSI, svoltosi a Livorno un secolo fa e che si concluse con la fondazione del Partito Comunista d'Italia.


Qual è la differenza tra una sceneggiatura per una storia a fumetti e altre forme di narrazione?

La sceneggiatura di un fumetto e il romanzo hanno la medesima finalità: raccontare una storia. Ma mentre il romanzo è determinato da una struttura linguistica compiuta e fruibile in quanto tale, la sceneggiatura ha senso e raggiunge la sua funzione unicamente se diventa strumento per creare delle immagini in sequenza. A differenza del romanzo, che ambisce a essere letto da un pubblico infinito, la sceneggiatura è realizzata per essere letta da due sole persone: l'editore che la approverà e il disegnatore incaricato di darle forma grafica.



Quali sono i fumetti che ha più amato da bambino?

Sono stato affamato di storie e di immagini fin da bambino. Dapprima contemplavo le figure, poi, quando imparai a leggere, il fumetto mi permise di accedere ad un immaginario che alimentò la mia curiosità e la mia fantasia. Anche se i giornalini mi venivano comprati solo se ottenevo ottimi risultati scolastici, e quindi raramente, i fumetti in casa non mancavano. Uno zio, fan di Tex, di Kinowa e di Gim Toro, periodicamente mi regalava un bel po' di quegli albetti a strisce che io leggevo non una volta sola, e poi scambiavo con i compagni di giochi. Così ebbi modo di sfogliare “il Vittorioso”, l'”Intrepido”, “Il Monello”, “Il Pioniere” e di appassionarmi alle avventure di Topolino e Paperino e a quelle di Akim, del Grande Blek, di Capitan Miki, di Nonna Abelarda e di Tiramolla. Amavo tutti quei personaggi. Alcuni avevano il compito di farmi ridere a crepapelle; altri mi trasportavano nel selvaggio west ad assistere agli scontri tra pellerossa e cow boy. Chissà cos'è rimasto di quelle antiche letture nelle storie che ho scritto...


I suoi maestri nella vita e nella professione.

Ho usato l'appellativo “maestro” solo per Romano Migliorini, sia perchè da lui appresi come redigere un soggetto e come comporre una sceneggiatura, sia perchè era davvero un docente: insegnava linguaggio cinematografico all'Istituto professionale per la Cinematografia di Roma. Come ogni lettore di fumetti, ammiro gli autori di intrecci originali, pervasi di atmosfere suggestive e di suspense. Se mi limito alla produzione disneyana, dove anch'io ho avuto modo di manifestare le mie doti di narratore, penso a sceneggiatori del passato come Merrill de Maris, che creò le trame del glorioso Topolino degli anni Trenta

a Carl Barks, inventore di Zio Paperone e delle sue mirabolanti avventure, al veneziano Romano Scarpa che firmò tante detection mozzafiato con protagonista il topo.



Quali sono le caratteristiche che uno scrittore deve necessariamente possedere?

A chi intende intraprendere la professione di scrittore di fumetti suggerirei di leggere tanti, tantissimi fumetti. Difficile sperare di realizzare opere memorabili, senza conoscere la storia di quella che Pratt definì letteratura disegnata, senza coltivare la curiosità per questo linguaggio meticcio, senza aver studiato la struttura narrativa dei fumetti belli e di quelli brutti (per individuare gli errori ed evitarli), senza aver scandagliato il modus operandi degli autori del passato e del presente, da George Herriman a Lorenzo Mattotti, da Will Eisner a Manu Larcenet, da Goscinny e Uderzo a Chris Ware, da Robert Crumb a Hugo Pratt, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Insomma inviterei gli aspiranti sceneggiatori ad imbottirsi di cultura fumettistica: arricchiranno la loro fantasia e otterranno preziose lezioni di tecnica, di stile, di ritmo e sintesi.



Topolino e il mistero della voce spezzata: un giallo a fumetti iconico, considerato dagli appassionati tra i più avvincenti di tutti i tempi. Fu pubblicato in due tempi su Topolino nel 1991, sceneggiato da lei e disegnato dal maestro Giorgio Cavazzano. Ci può raccontare cosa o chi ispirò quel progetto diventato cult?

Quando vivevo a Roma, ispirandomi alla serie “Ai confini della realtà” andata in onda negli anni Sessanta, mi era venuta l'idea, che raccolsi in poche righe, di una telefonata di aiuto che impiegava un anno esatto per giungere al destinatario a causa di un evento atmosferico. Nel 1978 da questo spunto avevo ricavato un soggetto contenuto in una paginetta che proposi a Franco Fossati, allora redattore del settimanale “Supergulp!”. Ma la cosa non si realizzò perchè la rivista chiuse i battenti pochi mesi dopo. Nel 1990 decisi di recuperare la trama e di ristrutturarla radicalmente mettendo come protagonista

Topolino, il personaggio dei fumetti disneyani che più amo. Lessi il soggetto (al telefono!) al mio amico Giorgio Cavazzano e a Massimo Marconi, editor per Mondadori oltre che abile sceneggiatore. Ambedue ne furono entusiasti. All’epoca la storia ebbe un impatto notevole, contribuendo a rilanciare il personaggio di Topolino-detective. Furono prodotti gadget e venne lanciata una nuova testata a tema dal titolo “Topomistery”. Sinceramente, sapevo che “Topolino e il mistero della voce spezzata” avrebbe “fatto colpo”, ma non mi aspettavo una simile riverbero. Ne ero inorgoglito: un fumetto mio e di Giorgio stava riaccendendo l'interesse del pubblico per storie gialle, misteriose, noir, interpretate da Topolino. L'anno scorso, i trenta anni dalla sua prima pubblicazione sono stati ricordati da riviste specializzate e da siti web.




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