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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Il terrore corre sul rigo

Intervista allo scrittore, sceneggiatore e regista Manlio Castagna.


Il suo talento lo segue come un'ombra. Quella stessa ombra che si insinua costantemente nelle trame dei suoi libri: immersioni nella suspense da cui si riemerge nutriti di paura. Manlio Castagna, salernitano classe 1974, ha una penna "affilata" di straordinaria efficacia che taglia a fette le pagine. Scrittore, sceneggiatore e regista, è stato per oltre vent'anni nell'organizzazione di Giffoni Experience, undici dei quali con il ruolo di vicedirettore artistico. La saga bestseller "Petrademone", tradotta in diversi paesi, ha segnato il suo esordio nella letteratura per ragazzi. Nel 2021 ha ricevuto una candidatura al Premio Strega Ragazze e Ragazzi per "La notte delle malombre". La scorsa estate è andato in onda in prima visione su Rai Uno il suo primo documentario da sceneggiatore e regista, "Il viaggio degli eroi", dedicato alla vittoria della nazionale italiana ai mondiali del 1982. È docente alla Scuola Holden di Torino. In libreria è disponibile il suo ultimo romanzo, "La reincarnazione delle sorelle Klun", edito da Mondadori per la collana Oscar Fabula: un intreccio di generi e di tecniche narrative a metà strada tra orrore ed esoterismo. Di recente è uscita in Francia la storia che ha scritto sul Dio degli inferi "Ade" per la nuova serie internazionale Disney Villains.



Manlio, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Chiamerei Stephen King solo per dirgli quanto è stato importante nella mia giovinezza: con i suoi libri mi ha spalancato le porte alla gioia della lettura. Chiamerei Susanne Clarke per dirle che il suo “Jonathan Strange e il signor Norrell” mi ha aiutato a passare un’estate torrida e mi ha incantato ogni santo giorno che finivo tra le pagine. Infine chiamerei Neil Gaiman per dirgli che è un maledetto genio.



Il libro più bello che ha letto?

Per molto tempo ho pensato fosse “Il nome della rosa”. Ora non ne sono più così sicuro e credo che il primato spetti a “Il castello” di Franz Kafka.



Ma che cos'è, per lei, la bellezza in un libro?

È il suo inchiostro invisibile, cioè non la prima apparenza fatta di parole ben cucite e metafore illuminanti. È invece la sua struttura ossea: il modo in cui è concepita la storia, il suo ritmo, la sua danza, la sua voce sottotraccia.


Tre hashtag per raccontarsi.



La parola alla quale è più legato?

Cruciale. È una parola che suona come una lama conficcata nel terreno. E parla di necessità, di essenziale, di scelte. Il cruciale, che si ricollega etimologicamente alle “crux”, le croci un tempo poste nei bivi a segnare la separazione delle vie, ci conduce all’idea di prendere una decisione, come l’arrivo a un biforcazione ci spinge a scegliere.



Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha iniziato a esercitarlo?

L’ho scoperto da bambino quando raccontavo storie ai miei fratelli e agli amici più stretti e mi accorgevo che mettendole sulla carta continuavano ad esercitare una certa presa. Non sapevo se fosse vero talento però. qualsiasi cosa fosse ho cominciato ad annaffiarlo. In che modo: con la lettura. Leggere è sempre il primo esercizio legato allo scrivere.



Nei suoi romanzi il tema dell'ombra è ricorrente. Cosa dell'oscurità la spinge ad indagare? E soprattutto: per cercare o comprendere cosa?

L’ombra mi affascina già come parola, come suona. La risposta poi per me è facile: non c’è altro su cui indagare se non su ciò che è ignoto. Sconosciuto. Al buio appunto. La scrittura per me è una torcia che punto negli angoli remoti dove brulicano le paure o forse solo la minaccia dello spavento. Cosa cerco di comprendere? Non cerco nulla in particolare, voglio stupirmi. E lo stupore è il contrario dell’aspettativa.



Per oltre vent'anni lei è stato nell'organizzazione del Giffoni Film Festival, per oltre dieci con il ruolo di vicedirettore artistico. Quanto di quella straordinaria esperienza umana e professionale porta nel suo lavoro di scrittore?

Porto tantissimo, più di ogni altra cosa l’amore per le storie e la voglia di parlare ai ragazzi e alle ragazze senza mettermi sul piedistallo, quanto piuttosto il piazzarsi intorno a un fuoco e raccontare. E ascoltare.



Lei ha prestato la sua penna, e il suo talento per la scrittura, alla letteratura, al cinema, alla televisione. Ma in quale di questi "luoghi" sente di essere veramente a casa e dove, tra questi, non vedere l'ora di tornare non appena una nuova storia bussa alla porta della sua immaginazione?

È una bellissima idea, pensare ai mezzi espressivi come luoghi. Ogni “ambiente” ha la sua atmosfera. I suoi colori e i suoi chiaroscuri. E mi piace passare di posto in posto per godere delle differenze, ma se proprio devo eleggere la mia dimora ideale allora scelgo la letteratura. Ogni romanzo è un viaggio lungo e affascinante.


A noi tutti restano nel cuore certi libri, e certi libri soltanto. Cosa c'è secondo lei di così profondamente "nostro" in quelle pagine?

Un personaggio. La sua consonanza con la nostra vita. Il modo in cui le sue emozioni, le sue reazioni, i suoi gesti e i suoi pensieri fanno rima con i nostri. Non è l’immedesimazione, perché non ci perdiamo davvero in un personaggio. Sappiamo riconoscere la differenza, ma allo stesso tempo i grandi libri parlano di noi. Sempre.



L'ispirazione. Per lei cos'è?

Non credo nell’ispirazione. Credo nella traspirazione, cioè nel sudore. Nella fatica quotidiana della scrittura. credo nell’osservazione attenta e nell’ascolto vero. tutto il resto è una bella romanticheria



I suoi maestri nella vita e nella professione.

Di sicuro tra i primi c’è stato Claudio Gubitosi, il creatore del festival di Giffoni. Poi tanti altri e nessuno. Imparo da chiunque, a volte anche piccole cose.



L'umano è incalzato dal progresso e nella visione del domani il suo posto nel mondo sembra destinato a subire notevoli cambiamenti. L'intelligenza artificiale avanza con un passo impressionante provando a occupare sempre più spazio anche nel mondo delle cosiddette professioni intellettuali. L'umano-scrittore è destinato alla obsolescenza programmata?

A volte mi capita di farmi questa domanda, con angoscia. Non sono una persona ottimista di natura e di questo mi dispiaccio. Tendo sempre a considerare il peggio come scenario possibile. E in questo senso l’avanzata dell’IA mi pare inesorabile e spietata. E soprattutto irreversibile. Per un po’ ci sarà ancora bisogno di un cervello molle dietro la creazione delle storie, ma non so per quanto a lungo ancora.










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