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Nel segno di Marone

  • Immagine del redattore: Viviana Navarra
    Viviana Navarra
  • 12 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Intervista allo scrittore partenopeo classe 1974



Lorenzo Marone, napoletano classe 1974, è uno scrittore italiano.

Le sue storie dall'impronta intima e malinconica, ambientate prevalentemente a Napoli, esplorano le complessità dei sentimenti umani e la ricerca di felicità. La sua prosa semplice e diretta cattura l'essenza emotiva dei personaggi, alternando momenti di leggerezza a profonde riflessioni esistenziali, con toni agrodolci.

 

Ti telefono stasera, il suo ultimo romanzo pubblicato nella collana I Narratori di Feltrinelli, è un inno alla paternità, un viaggio nella complessità dell'essere padre, con tutte le sue fragilità e le sue gioie.

 

Nel 2012 il suo esordio nella letteratura con 'Daria' (Edizioni La Gru). Da allora ha pubblicato una serie di romanzi che hanno conquistato il cuore dei lettori, tra cui 'La tentazione di essere felici' (Longanesi) e 'Le madri non dormono mai' (Einaudi).

 

I suoi libri sono stati tradotti in più di 20 paesi e hanno vinto numerosi premi letterari.

Marone è anche direttore artistico della fiera del libro di Napoli 'Ricomincio dai libri' e collabora con 'La Repubblica' di Napoli'.

 

Una curiosità: da due suoi bestseller sono stati realizzati altrettanti film per il cinema: "La tenerezza" di Gianni Amelio, basato su "La tentazione di essere felici"

e "La tristezza ha il sonno leggero" di Marco Mario de Notaris, ispirato all'omonimo romanzo.

 

Lorenzo, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Philip Roth, Charles Bukowski, George Orwell.

Il suo libro preferito.

"1984" di George Orwell.


E un pensiero felice?

Mio figlio.


Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha cominciato a esercitarlo?

L’ho scoperto scrivendo. Ho iniziato da ragazzo, quasi senza rendermene conto, poi l’ho riscoperto intorno ai trentacinque anni. In quel periodo scrivevo racconti e facevo una lunga gavetta, partecipando a premi per inediti. Ho cominciato a vincerne molti, anche premi un po’ grotteschi, se vogliamo, ma che per me sono stati una palestra fondamentale. È stato lì che ho capito davvero cosa poteva diventare la scrittura per me.


Quando ha capito che questo talento poteva diventare una professione?

L’ho capito dopo tanti anni, quando il mio lavoro è arrivato a Longanesi con La tentazione di essere felici. Ma il passaggio decisivo è stato nel 2013, quando ho scelto di farmi rappresentare dalla mia attuale agente, Silvia Meucci. È stata lei a portare il romanzo da Longanesi. Da quel momento, concretamente, la mia vita è cambiata.



Ha sempre pensato di fare lo scrittore?

No, assolutamente. Non ho mai pensato di “fare lo scrittore”. Scrivevo perché per me era terapeutico, perché mi aiutava a stare bene, perché era una cosa che sapevo fare. Non c’era la speranza, né tantomeno l’idea, di poterne fare un lavoro. E di certo non pensavo di poter vivere di scrittura, come poi è successo. Per questo mi considero un privilegiato, e ne sono profondamente felice.


L'ispirazione, esiste?

 

Sì, l’ispirazione esiste. Ma esiste solo se hai la capacità di restare connesso alla vita. Vuol dire saper vedere, scorgere ciò che ti circonda, camminare con le antenne dritte, assorbire quello che accade, quello che incontri. Se sei anestetizzato, come spesso capita, non vedi e non senti nulla, e allora nulla può diventare ispirazione. È una questione di come si sta nella vita, di quanto in profondità si è disposti a stare.

 



Il suo rapporto con Napoli.

Napoli ha dato tantissimo alla mia scrittura, ma prima ancora ha dato tanto a me. Ho con la città un rapporto controverso, eppure quando vado fuori mi accorgo di essere profondamente napoletano. Le mie storie sono piene di napoletanità. Ma sono inevitabilmente piene di Napoli: delle sue contraddizioni, delle sue criticità, ma anche delle sue grandi risorse. Se non fossi nato a Napoli, la mia scrittura sarebbe stata diversa. E io sarei stato una persona molto diversa.

 



I suoi maestri nella professione e nella vita.

Nella professione, nessuno in particolare. Mi sono fatto da solo, come si dice. Naturalmente ho autori che amo e che considero fondamentali, ma non ho mai cercato di emularli, almeno consapevolmente. Ho sempre cercato una mia strada, una mia opera della vita. Nella vita, invece, ho incontrato persone illuminate, soprattutto terapeuti. Faccio terapia da molti anni, ed è stata una scuola importantissima, forse la più importante.


L'intelligenza artificiale potrà mai in futuro sostituire l'umano-scrittore?

Secondo me no. L’intelligenza artificiale è, appunto, artificiale: non è emotiva. Può forse soppiantare alcune forme di intelligenza, ma non potrà mai sostituire l’intelligenza emotiva, che è una prerogativa esclusiva dell’essere umano. E la scrittura nasce proprio da lì.





Grazie.






 
 
 

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