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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Malinconico me

Intervista allo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Diego De Silva.





L'iconico avvocato d'insuccesso nato dalla sua penna è "contrario alle citazioni". Eppure, "rovistare" tra le irresistibili citazioni di Diego De Silva per rintracciare quella più adatta alla propria giornata, fare una dedica brillante, sentirsi ispirati, nutrirsi di sagacia e humour, è una tentazione costante oltre che un esercizio vivamente consigliato a chi è solito pensare "non avevo capito niente". Lo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore

nato a Napoli nel 1964, è reduce dal grande successo della fiction "Vincenzo Malinconico" -di cui ha curato soggetto e sceneggiatura- ispirata ai suoi romanzi e magistralmente interpretata da Massimiliano Gallo su Rai 1. Già candidato al Premio Strega e al Premio

Campiello, De Silva ha ricevuto due nomination ai Nastri d'Argento.


Il suo ultimo libro è "Sono felice, dove ho sbagliato?" edito da Einaudi.


De Silva, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

È una cosa che mi succede ordinariamente, visto che di scrittori amici ne ho parecchi. Ma – per rispondere alla domanda – quello che chiamo in prima battuta è sempre l’amico, non lo scrittore.


Il suo libro preferito.

Impossibile rispondere senza bistrattare un numero enorme di libri che resterebbero fuori dall’ambito della domanda. Forse, il libro più bello che abbiamo letto non esiste.


Che cosa è per lei la bellezza in un libro.

L’inquietudine in cui mi lascia.


Tre hashtag per raccontare di lei.

Ne basta uno: Malinconico.


La parola alla quale è più legato.

Vita.


Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha iniziato a esercitarlo?

L’inclinazione alla scrittura si manifesta nell’infanzia, nella forma della naturalezza dell’esprimersi. Il rapporto fra la parola e l’ineffabilità del reale fa invece già parte della scrittura letteraria. Quel tipo di morbo mi è venuto abbastanza presto, e mi pare di averlo ancora.


Lei ha prestato la sua penna, e il suo talento per la scrittura, alla letteratura, al cinema, al teatro. Ma in quale di questi 'luoghi' sente di essere veramente a casa e dove, tra questi, non vedere l'ora di tornare non appena una nuova storia bussa alla porta della sua immaginazione?

Essendo fondamentalmente uno scrittore, penso alla scrittura nella forma-libro. Le altre scritture mi interessano e le pratico, ma il primo impulso è quello del libro, sempre.


A noi tutti appartengono certi libri, e certi libri soltanto. Che cosa c'è di così autenticamente nostro in quelle pagine?

Questa è una domanda a cui soltanto il lettore può rispondere.



L'ispirazione. Per lei, cos'è?

L’ispirazione è un sospetto. Un momento in cui due punti di riflessione mostrano un’occasione di congiungersi per offrire uno sguardo nuovo sulla realtà. Il resto – cioè la parte che conta davvero - è lavoro.


I suoi maestri nella vita e nella professione.

Giuseppe Pontiggia, quando ho iniziato. Poi, sostanzialmente, direi i libri che ho letto.



Lei è avvocato. Quanto c'è di autenticamente suo nel personaggio di Vincenzo Malinconico?

Solo le parti migliori.



Nel suo libro 'Certi bambini' il bene e il male coesistono con una naturalezza che scuote con vigore. Un buon maestro può aiutare a risolvere questo conflitto che appartiene in modo costitutivo all'uomo ?

Un maestro di morale, forse sì. Io quel tipo di maestro l’ho sempre evitato

e non lo auguro a nessuno.


Citando il titolo del suo ultimo romanzo, 'Sono felice, dove ho sbagliato?', le chiedo: come mai secondo lei la felicità, quando arriva, alle volte ci appare un impostore?

Perché siamo figli di un’educazione fondata sul senso di colpa. La felicità è l’opposto della colpa: è senso di abbandono, consegna a uno stato di benessere che contraddice il principio sofferenziale del vivere (che è appunto alla base dell’educazione che colpevolizza i felici).


L'intelligenza artificiale avanza provando a occupare sempre più spazio nel mondo del lavoro tradizionalmente usurante, ma ormai anche delle professioni intellettuali. Potrà mai sostituire l'umano- scrittore?

Penso di no. Se l’intelligenza artificiale fosse affidabile come dicono, tante tragedie recenti sarebbero state previste. Personalmente, sospetto dell’intelligenza artificiale come dell’algoritmo e di tutti i nuovi guru digitali a cui dovremmo guardare con reverenza a prescindere. Vediamo cosa sanno fare davvero prima d’inchinarci alla loro presunta sapienza, no?


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