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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Pensiero amico

Intervista al pluripremiato scrittore ligure di narrativa per ragazzi e saggistica per adulti.


Se non hai mai assaggiato i deliziosi "pasticcini su misura" della signorina Euforbia è probabile che tu debba fare un salto in pasticceria. Anzi no: in libreria! Perché esattamente tra quei succulenti scaffali troverai una delle più irresistibili protagoniste nate dalla penna di Luigi Ballerini, vincitore del Premio Andersen nel 2014 e del Premio Bancarellino nel 2016. Scrittore e orientatore, Ballerini nasce a Sarzana nel 1963 ma abita a Milano. Ha pubblicato oltre trenta romanzi (tradotti in più di dieci lingue) dedicati ai giovani e ottenuto prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Da molti anni si occupa di orientamento scolastico e genitoriale. È coautore della serie animata MeteoHeroes per la tv e dal 2019 dirige la scuola di scrittura per ragazzi Flannery O’Connor del Centro Culturale di Milano. "Alla seconda umanità" (casa editrice Il Castoro) è il suo ultimo libro. Una narrazione avvincente che ruota attorno a un mondo dominato dell'intelligenza artificiale.


Luigi, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Chiamerei George Simenon e gli direi che ogni volta che lo leggo mi impressiona. Gli farei sapere che quando il suo commissario mette le mani in tasca e afferra la pipa, io sento il tepore sulle mie mani, che quando racconta di un cappotto intriso di pioggia io riesco a sentire l’odore della lana bagnata. E mi piacerebbe scoprire come ha fatto, sebbene probabilmente lui stesso non saprebbe dirmelo.


Il libro più bello che ha letto.

Senza dubbio “Il mio nome è Asher Lev” di Chaim Potock. Mi ha fatto capire chi è un padre, anzi chi è padre.



Ma che cos'è la bellezza in un libro?

Ritengo che la bellezza di un libro stia tutta nella storia e nella forza dei personaggi, non nel messaggio. Detesto i libri a tema, soprattutto quelli per i più giovani. Un bel libro per me è quello che non inganna il lettore, quello che lo lascia pensare senza fornirgli risposte precostituite, che gli spalanca ipotesi e gli fa venire un’idea che prima di leggere non aveva o non aveva sufficientemente elaborato. L’afflato pedagogico non ha dimora nei bei libri.


Tre hashtag per raccontarsi.


La parola alla quale è più legato.

Uomo. Mi appassiona tutto ciò che fa.


Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha cominciato a esercitarlo?

Non reputo di avere questo talento e a dire il vero non credo affatto all’idea di talento. Credo piuttosto alla passione e al lavoro che portano risultati. A scrivere si impara, non credo si nasca scrittori. Per me è stata una vocazione tardiva, se vogliamo chiamarla così. Quando sono diventato giovane medico e ho iniziato a frequentare l’ospedale mi sono accorto che quello che per i miei colleghi erano malati e malattie per me erano storie. Ero interessato alle vicende umane dei pazienti, oltre che alle loro sorti cliniche. Così ho scritto il mio primo libro, ambientato in ospedale. Si intitolava Hospital Day: cinque storie che si intrecciavano in cinque reparti dello stesso ospedale in una solo giornata. Nessuno lo ha voluto pubblicare, era troppo immaturo, eppure lo considero l’esordio a me stesso; con quel testo ho convinto me stesso di quanto fosse bello raccontare. L’esordio pubblico è arrivato alcuni anni dopo, con un romanzo per ragazzi. Non ho mai più abbandonato la letteratura per giovani, da allora.


I suoi maestri, nella vita e nella professione.

Ho avuto la fortuna di incontrare molti maestri che mi hanno accompagnato e fatto crescere nella vita, inclusa quella professionale. Fra molti che tengo per me cito qui Giacomo B. Contri, il mio analista recentemente scomparso. Ha aperto e cambiato il mio sguardo sull’umano, da lui ho imparato quella che definiva l’amicizia per il pensiero. Mio e altrui.



A noi tutti restano nel cuore certi libri, e certi libri soltanto. Cosa c'è secondo lei di cosi profondamente "nostro" in quelle pagine?

Non lo so bene neanch’io, credo si tratti di un insieme di fattori: la qualità della scrittura, la vicenda, i tratti dei personaggi. Reputo che siano soprattutto quelle pagine che mi hanno fatto sentire meno solo, che mi hanno detto non sei l’unico: non sei l’unico a essere stato tradito da un amico, ad aver commesso certi errori, a gioire per alcune cose, ad avere determinati desideri. Le storie sono universali, ci uniscono all’umanità, ci fanno sentire parte di essa e al contempo ci fanno sentire unici nella nostra questione individuale.


L'ispirazione. Per lei, cos'è?

L’ispirazione per me arriva sempre dalla realtà. Ho fatto mio il motto di Terenzio: homo sum, humani nihil a me alienum puto. Tutto è interessante per lo scrittore, la scrittura è fatta di dettagli. Scrivere, in fondo, è un atto di amore verso la realtà, verso ogni suo aspetto. Inclusi quelli più controversi.


Quali sono secondo la sua esperienza gli ingredienti necessari per far avvicinare i bambini e i ragazzi ai libri e alla lettura?

Ritengo che sia molto utile proporre un’alternanza, a scuola, fra testi classici e contemporanei. I libri con le storie di oggi sono fondamentali e fanno sperimentare che i libri possono essere degli amici. Nonostante i pregiudizi che ci sono ancora, essi offrono almeno tre tipi di aiuto. I temi aiutano. Crescere oggi non è esattamente come nell’ottocento, se la questione del diventare adulti è la stessa, essa si coniuga però in modalità del tutto nuove. Crescere nel 2023 vede sfide nuove: la rete, il digitale, la vita più mostrata che vissuta, la fragilità degli adulti, la famiglia che spesso non esiste più. Ritrovarle nelle storie ha un sapore speciale. La lingua aiuta. E non si parla di un facile slang giovanilista usato con insensatezza o come strumento ammiccante al lettore che alla fine non piace neanche ai ragazzi (bella zia, come butta, vai tra), ma di una lingua attuale, vivace, moderna. Non si associ automaticamente all’idea di un linguaggio impoverito. La lingua è viva, cambia, si modifica. Lo stile aiuta. Una prosa più snella, spesso paratattica, ma non solo. Il ritmo narrativo più agile, con un susseguirsi di eventi che soddisfa di più il nostro gusto. Ritenere che linguaggio più attuale e ritmo più incalzante significhino necessariamente impoverimento della lingua e del testo resta tutt’oggi un pregiudizio radicato in molti. Per molti giovani lettori i romanzi di oggi fanno da apripista. Trovato il libro giusto, ossia quello che parla all’esperienza e suscita pensieri e riflessioni, altri ne verranno, di generi, autori, stili e anche epoche diverse.



Qual è il prossimo progetto letterario a cui le piacerebbe dare vita?

Possiamo rivelare che è in uno stato molto avanzato. In autunno infatti sarà in uscita un nuovo romanzo distopico con l’editore Il Castoro. È una storia che mi ha molto appassionato scrivere: come tutti i romanzi di questo genere è in grado di intercettare un tratto già presente nella nostra società e di portarlo alle estreme conseguenze. Ho costruito un mondo dove la divisione fra giovani e adulti è ancora più netta, dove all’autorevolezza degli adulti è subentrato l’autoritarismo, dove l’educazione non è vista come introduzione dei più giovani alla realtà, ma come richiesta di una pura obbedienza alle regole in vista di una univoca idea di successo.


Nel suo ultimo e avvincente romanzo, "Alla seconda umanità", lei racconta un mondo in cui le macchine hanno preso il sopravvento sugli umani. Come nasce l'esigenza di esplorare il tema dell'intelligenza artificiale?

Sono molto attratto e affascinato dalla tecnologia. Ci siamo immersi dentro senza rendercene quasi conto. Per questo ho desiderato documentarmi innanzitutto per me chiedendo consulenza ad amici ingegneri matematici e informatici. Inoltre amo molto le storie distopiche, quelle del passato di Orwell, Bradbury, Huxley e quelle attuali come Hunger Games, Maze Runner, Divergent. Mi piace scriverle perché mio piace leggerle o gustarmele nelle serie TV di cui sono un grande appassionato. La convivenza uomo-macchina, non certo nuovo come tema, con l’avvento dell’intelligenza artificiale ha

avuto un nuovo abbrivio e ha assunto una nuova forma, per me molto affascinante.



L'umano è incalzato dal progresso e nella visione del domani il suo posto nel mondo sembra destinato a subire notevoli cambiamenti. L'intelligenza artificiale avanza con un passo impressionante provando a occupare sempre più spazio anche nel mondo delle cosiddette professioni intellettuali. L'umano-scrittore è destinato alla obsolescenza programmata?

Francamente non temo che l’intelligenza artificiale possa rubarmi il mestiere, ma soprattutto il piacere, di narrare. Sono persuaso che la creatività umana riuscirà sempre a competere e superare la forza e lo strapotere dell’algoritmo nel comporre qualcosa di nuovo, non ancora scoperto e nel creare nuove idee veramente inedite. Non escludo che le AI possano essere un aiuto in futuro, magari potranno fungere da stimolo a battere vie nuove e a non rimestare nel solito pentolone riproponendo schemi e storie già viste. Su questo le AI saranno impareggiabili e probabilmente insuperabili. A noi uomini e donne in carne e ossa spetterà il compito di dimostrare che cosa voglia dire essere davvero originali.



Grazie.





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