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  • Immagine del redattoreViviana Navarra

Valentina per sempre

Intervista all'autore della celebre collana di libri per ragazzi.





Lo scrittore, traduttore e giornalista Angelo Petrosino, classe 1949, è originario di Castellaneta, in Puglia. A dieci anni emigra con la famiglia a Parigi per poi stabilirsi definitivamente a Chivasso, in provincia di Torino. Nel 1970 comincia a insegnare in una scuola elementare. Sono famosi tutti i suoi romanzi per adolescenti e in particolare quelli della serie Valentina, riferimento imprescindibile nel panorama editoriale per i giovanissimi lettori. L'iconica protagonista da lui ideata nel 1995 è diventata da subito uno dei personaggi più amati dalle bambine italiane. Attraverso le sue avventure, declinate in oltre cento volumi fino al 2020, l'autore ha raccontato il cambiamento dell'infanzia degli ultimi venticinque anni e i mutamenti sociali del nostro paese. Lo scorso ottobre, a Omegna, gli è stato assegnato il prestigioso premio alla carriera Gianni Rodari nel corso del nono Festival della letteratura per ragazzi intitolato al più importante scrittore per bambini del Novecento, originario proprio della cittadina piemontese affacciata sul lago d'Orta. Il suo ultimo libro è "Un bambino, una gatta e un cane" edito da Einaudi Ragazzi.


Petrosino, il giovane Holden desiderava poter chiamare certi autori al telefono tutte le volte che gli girava. Lei quali autori chiamerebbe?

Chiamerei autori ormai non più viventi. È per questo che, non potendo farlo fisicamente, di questi scrittori ho scandagliato in modo certosino le biografie, i loro intimi pensieri, le loro convinzioni artistiche e morali. Di chi sto parlando? Di Anton Čechov e di George Simenon. Chiamerei Čechov per dirgli quanto apprezzi la sua umana generosità, la sua convinzione di sentirsi uno come tanti, la sua curiosità nei confronti della vita che va vissuta nonostante la sua insensatezza, perché ci impone obblighi morali verso i più deboli e i più sfortunati. Gli direi quanto ammiri la sua capacità di mischiarsi con le vite degli altri, di osservarle senza pregiudizi e di rappresentarle onestamente nelle sue storie senza impancarsi a giudice delle loro scelte anche quando ci disturbano e intimamente non le condividiamo. Lo ringrazierei perché mi permette ancora oggi di riflettere su me stesso attraverso i personaggi cui ha dato corpo in una temperie storica tanto diversa dalla nostra e che continuano a parlarci e a interrogarci come se fossero nostri contemporanei. Più o meno le stesse cose direi a George Simenon, che esplora il male e che osserva con stupore quanto gli esseri umani errino per pochezza, per distrazione, per cecità, per ignoranza, per presunzione. Ringrazierei anche lui per avermi tante volte reimmerso nella Parigi della mia infanzia, nei mattini grigi in cui salutavo mio padre prima che si infilasse nella metropolitana per andare a lavorare, lasciando la periferia fatiscente dove abitavamo insieme a emigrati di ogni colore.

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Un pensiero felice.

Aver formato, in trent’anni, milioni di felici lettori.



Tre hashtag per raccontare di lei.

Penso a #viaggio, la cifra della mia vita sin da bambino, quando intorno ai dieci anni sono emigrato la prima volta. Il viaggio che negli anni è diventato una sorta di vagabondaggio per conoscermi meglio conoscendo le vite degli altri. Non a caso tutti i luoghi dove ho sostato sono entrati di prepotenza nella maggior parte dei miei libri.


Penso a #pedagogia, concetto per me mai unidirezionale, inteso dunque come educare ed essere educati. È così che mi sono comportato durante i miei quasi quarant’anni di insegnamento. È questo l’atteggiamento dei personaggi dei miei libri.


Penso a #silenzio, quanto mai indispensabile nella nostra società, che cerca di bandirlo per impedirci di fare i conti con noi stessi prima di compiere scelte e assumere decisioni.

La preziosità di una solitudine cercata e non imposta, per godere pause ed ascoltarci, ho cercato di farla amare sempre ai miei lettori attraverso le mie storie.



Quando ha scoperto il suo talento per la scrittura e come ha iniziato a esercitarlo?

Credo di averlo scoperto (o intuito) intorno ai 14 anni, al mio ritorno dalla Francia, quando ho dovuto reimparare l’italiano come una seconda lingua. Mi sono dedicato a questa impresa con entusiasmo e passione, leggendo in modo confuso tutto ciò che mi capitava tra le mani e, soprattutto, riversando sulle pagine pensieri ed emozioni, sogni e progetti. Ho affinato la mia capacità di osservazione del mondo e di me stesso e la scrittura è diventata subito la chiave per interpretare la vita reale e quella immaginata. Allora è cominciato una sorta di lungo tirocinio durato quasi venticinque anni, scrivendo solo per me stesso, ma preparandomi a farlo anche per gli altri.


Come ha trasformato questo amore in una professione?

Il mio primo libro conteneva otto racconti, per i quali presi spunto dalle vicende dei miei alunni, convertendo in situazioni umoristiche episodi dei quali erano protagonisti nella loro quotidianità. Mi resi subito conto che riuscivo a rappresentare bene il mondo infantile: con semplicità, empatia, verità. Ero molto aiutato, naturalmente, dalla consuetudine ormai quasi ventennale con l’infanzia all’interno delle aule scolastiche. I miei alunni, ai quali prestavo costantemente ascolto, interessandomi alle loro storie personali e familiari, mi fornivano abbondante materiale da trasformare in realistiche situazioni narrative. E così decisi che scrivere per l’infanzia poteva essere il campo ideale per mettere alla prova professionalmente il mio amore per la scrittura. Lo faccio ormai da più di trent’anni con un entusiasmo che non è mai venuto meno, sostenuto da un consenso diffuso delle mie lettrici e dei miei lettori che non si è mai interrotto.


Come nasce l'iconica Valentina?

Ho cominciato ad insegnare facendo della mia lettura ad alta voce ai miei alunni una pratica quotidiana mai interrotta. Leggendo tanti libri e tante storie, mi sono reso conto che le bambine non erano quasi mai protagoniste delle vicende raccontate, ma avevano per lo più funzioni secondarie, di comprimarie senza nerbo e individualità spiccate. E così, a un certo punto, ho deciso di puntare la mia attenzione proprio sul mondo delle bambine. Anche in questo caso, le mie alunne mi offrivano molteplici spunti e occasioni per conoscere da vicino la psicologia femminile. Dovevo creare un personaggio che da un lato fosse realistico e consentisse alle bambine di riconoscersi nelle sue azioni e nei suoi comportamenti. Dall’altro possedesse qualità e abilità corrispondenti alle aspirazioni spesso soffocate nelle bambine da pregiudizi e luoghi comuni. Ecco perché Valentina è diventata una bambina libera, curiosa, aperta al mondo, fiduciosa in se stessa, amante della vita, desiderosa di sviluppare senza reticenze o timidezze le sue potenzialità. È per questo che è diventata subito una sorta di coetanea e di amica ideale per milioni di lettrici che in lei si sono riconosciute o che l’hanno preso a modello da imitare nella loro quotidianità. Valentina non è invadente, né pretenziosa, né narcisa, ma è protesa a conoscere e a capire, è empatica con chi incrocia la sua strada. Viaggiare è il suo desiderio più grande, per conoscere mondi diversi dal suo e culture. Avendo io viaggiato tantissimo in Italia e all’estero, nei libri l’ho condotta in nazioni e metropoli che mi hanno affascinato e hanno segnato la mia vita. Alle lettrici è piaciuto moltissimo questo vagabondare della loro eroina con intelligente curiosità in luoghi che anch’esse vorrebbero visitare un giorno. Ancora oggi ricevo moltissime lettere di donne che sono cresciute con Valentina e che mi ringraziano per averla resa loro compagna indispensabile in momenti cruciali della loro infanzia.


Quali i libri che ha amato di più da da bambino?

Come ho raccontato nella mia autobiografia infantile "Bambini si diventa" (Einaudi Ragazzi), ho trascorso la mia infanzia in Puglia, in una società contadina scarsamente alfabetizzata: mio padre e mia madre sapevano leggere a malapena, altri miei familiari erano analfabeti. Dunque, da bambino non ho mai avuto libri a disposizione perché in casa erano del tutto assenti. In compenso leggevo con passione molti fumetti, che compravo con i soldi che guadagnavo lavorando, a partire dai sette anni, come garzone in un salone di barbiere, in un laboratorio di sartoria e in una falegnameria. L’amore per le storie, tuttavia, mi è stato ispirato da mio nonno che, pur non sapendo leggere, era un grande narratore. Raccontava soprattutto la sera, quando riuniva una folla di nipoti che lo ascoltavano con curiosità. Nessuno, tuttavia, con l’attenzione e il rapimento con cui lo facevo io. Perciò accompagnavo volentieri mio nonno quando si alzava all’alba per andare ad eseguire dei lavoretti per un piccolo proprietario terriero. Mentre zappettava, raccontava solo per me, che lo ascoltavo con la schiena appoggiata a un albero di ulivo e mangiucchiando un pezzo di pane e formaggio. I primi libri di narrativa li ho conosciuti quando sono tornato dalla Francia. Curiosamente, il primo che finì tra le me mani fu Pinocchio, che pescai in un monte di libri polverosi e squinternati in vendita presso un rigattiere. Poi vennero quelli pubblicati nella Biblioteca Univesale Rizzoli(BUR), che costavano poco, anche se erano fragili da maneggiare. Per comprarli, lavoravo consegnando bombole di gas a domicilio dopo la scuola.



I suoi maestri nella vita e nella professione.

Sicuramente mio nonno da bambino, che mi parlava come ad uno grande della sua vita errabonda alla ricerca di un lavoro per mantenere la sua numerosa famiglia. Da lui ho appreso la necessità del sacrificio, il coraggio nell’affrontare le prove difficili senza piangersi addosso. Un altro maestro di vita fu un professore di lettere quando frequentavo un istituto per chimici industriali a Torino. Si chiamava Mario Passera. Una persona coltissima che mi metteva a disposizione i libri che non potevo comprare e che a volte mi regalava attingendo alla sua vasta libreria. Fu lui che mi fece conoscere Norberto Bobbio mettendomi tra le mani, per cominciare, il suo libro “Politica e cultura”. Quando poi decisi di prendere da privatista (mentre facevo il servizio militare a Roma), il diploma magistrale, che solo mi avrebbe permesso di iscrivermi alla facoltà di Magistero a Torino, si impegnò a correggermi i temi e i lavori preparatori cui mi dedicavo prima dell’esame e che gli spedivo a Torino. Un esempio di stima e di generosità nei miei confronti che non ho mai dimenticato. Tra i miei maestri annovero il grande latinista Vincenzo Ciaffi, già comandante partigiano, che insegnava alla facoltà di Magistero a Torino e le cui lezioni seguivo senza perderne una. Con lui imparai a conoscere e ad amare Catullo, Apuleio, Petronio, gli Atti dei martiri e così via. Tutte le opere delle quali si occupava nei suoi corsi non erano mai solo dei pretesti per parlare soltanto di letteratura, ma degli strumenti per indagare in modo puntiglioso società e culture che continuavano a parlare al nostro presente. Ciaffi non si estraniava mai dal mondo contemporaneo, si interessava alla vita dei suoi studenti, li esortava a trarre il massimo profitto dai loro studi senza accontentarsi di sufficienze che erano un esempio di pigrizia intellettuale e morale. Infine, Marc Soriano, uno dei massimi ricercatori e studiosi di letteratura giovanile al mondo. Lo conobbi quasi agli esordi della mia carriera di scrittore per ragazzi. Gli inviai, come una sorta di messaggio in bottiglia, uno dei miei primi libri. Lo lesse, gli piacque, mi scrisse e da allora ebbe inizio una delle amicizie più forti e significative della mia vita. Marc mi fu maestro allargando i miei orizzonti sul mondo di una letteratura così importante per le sue implicazioni sociali, consigliandomi letture, dandomi preziosi suggerimenti per il prosieguo del mio lavoro di scrittore. Ma, soprattutto, fu un vero maestro di vita attraverso l’esemplarità del suo comportamento durante la dolorosa malattia che lo tormentò per anni e la sua generosità verso i più deboli e i reietti della nostra società.



Quali sono le caratteristiche che uno scrittore deve necessariamente possedere?

Scrivere per i ragazzi non è facile né semplice. Con i ragazzi vale più che mai il patto che ogni scrittore stipula implicitamente con i suoi lettori. E che si può esemplificare in questi termini: io voglio dialogare con te che mi leggi e voglio farlo con chiarezza, semplicità, precisione. Non voglio prevaricare nei tuoi confronti rendendoti inutilmente ardua la comprensione dei miei testi e delle mie storie. In più, scrivendo per i ragazzi, bisogna avere una consapevolezza precisa del loro modo di ragionare, dei modi in cui affrontano la realtà, delle forme in cui manifestano ed esprimono emozioni e sentimenti. Guardare il mondo con i loro occhi, certamente, ma incoraggiarli a modificare la loro percezione del medesimo variando il più possibile i loro punti di vista. Questo vuol dire che, fatta salva la necessità di raccontare delle storie capaci di avvincere, intrigare, coinvolgere profondamente, la letteratura rivolta all’infanzia è inevitabilmente anche letteratura pedagogica e formativa. Quante volte le mie lettrici, soprattutto, mi hanno scritto dicendomi che i miei libri avevano cambiato un po’ la loro vita e le avevano spinte a guardare se stesse e gli altri con occhi più lucidi e meno velati da pregiudizi.

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L'intelligenza artificiale avanza provando a occupare sempre più spazio nel mondo del lavoro tradizionalmente usurante, ma ormai anche delle professioni intellettuali. Potrà mai sostituire l'umano- scrittore?

Io continuo a guardare alla scrittura come a una appendice diretta della mia persona e non potrei tollerare l’intervento di mediazioni artificiali nel mio lavoro. Scrivere, per me, vuol dire fare dei rendiconti continui con me stesso, con la mia storia, con le mie idiosincrasie, con le mie aspettative, ora accelerando, ora facendo soste, ora mutando prospettive. Non posso delegare ad altri il compito di pensare, scegliere e decidere al mio posto. Preferisco sbagliare e correggermi da solo. Solo così mi sento veramente libero.




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